Anche a Monfalcone è calata la nebbia sui movimenti di armi in porto

Stabilire quale sia in questo momento l’implicazione dell’Italia nelle guerre in corso è un’urgenza democratica.

Governo e parlamento stanno utilizzando tutti gli stratagemmi per nascondere una decisione già presa (altrove): deviare una parte della ricchezza nazionale verso l’acquisto di armi, inviare le armi italiane dove si combattono conflitti cruenti e disumani. Per rendere opaco il campo, hanno posto mano allo svuotamento della Legge 185, che dalla sua entrata in vigore (1990) è sempre stata detestata dai fabbricanti di armi.

Eppure, questo è il momento di AUMENTARE IL CONTROLLO su chi fabbrica ed esporta armi, e su quale tipo di armi sta fabbricando ed esportando nei paesi in guerra. Allentando i controlli, sarà ancor più facile che le armi italiane finiscano nelle mani di chi macchia di crimini di guerra, di fazioni violente e milizie informali. Già ora le pistole Beretta sono le preferite dai narcos messicani e dai coloni israeliani.

the Weapon Watch raccoglie soprattutto le informazioni che provengono dai lavoratori della logistica, dei porti e degli aeroporti. In questi luoghi di lavoro, dove la merce è costretta a “svelarsi” per entrare nel ciclo della movimentazione e del trasporto, esiste un problema di trasparenza e di rispetto delle leggi in vigore.

Qui riportiamo un articolo pubblicato da «Il Piccolo» di Trieste il 28 febbraio scorso, che riguarda il porto di Monfalcone e i movimenti della nave «Capucine», più volte segnalata dai lavoratori mentre caricava materiale militare ed esplosivi. Purtroppo, le autorità locali – Autorità portuale di Trieste, da cui Monfalcone dipende, e Capitaneria di porto – continuano a negare che ci sia movimento di armi in un porto che non è abilitato a queste merci, siano o meno appartenenti alle forze armate italiane.