COME RICONVERTIRE L’ECONOMIA DI GUERRA SPEZZINA: MENO ARMI E PIù AMBIENTE


  Al convegno "Riconvertiamo SeaFuture" tenuto alla Spezia lo scorso 25 settembre, è ricomparso il fantasma dell’amianto, completamente rimosso dal discorso pubblico locale, in cui ritorna episodicamente solo in occasione dell’ennesimo risarcimento stabilito da un giudice a favore di una vittima e dei suoi eredi. Eppure lo stillicidio dei morti continua, mentre la collina di Pitelli, l’Arsenale della Marina, le emissioni delle industrie e del porto incombono sulla città con i loro veleni. La città che vuole essere protagonista della blue economy non ha ancora affrontato le conseguenze del suo sviluppo industriale black e a vocazione militare, e in particolare delle catastrofi ambientali che ha causato.

«Ad allarmare – ha affermato William Domenichini dell'associazione spezzina Murati Vivi – è soprattutto la quantità di amianto che la base militare della Spezia contiene, secondo quanto ammette la stessa Marina Militare: oltre 10.000 m² di coperture in eternit che giungono a 104.000 m² considerando pavimenti, tubazioni e lastre. Se poi pensiamo che sino al 2018 l’Arsenale non era ancora allacciato alla rete fognaria, e che oggi non sappiamo quanti liquami vengano ancora sversati in mare, è difficile credere alla Marina quando parla di sostenibilità».
In particolare, l’associazione ha a cuore la sorte di alcune borgate occidentali, Marola e Cadimare, il cui accesso al mare è impedito da una muraglia che segna il confine dell’Arsenale. Al di là del muro, infatti, si trovano alcuni dei siti militari più inquinanti: come il Campo in Ferro, anticamente usato per la stagionatura del legname e da decenni discarica abusiva di materiali ferrosi e radioattivi di origine militare, che solo teloni in plastica dovrebbero proteggere dal dilavamento e sversamento in mare; e l’area demolizioni nei pressi di San Vito, a poche decine di metri dall’abitato, verso cui il vento porta fumi e polveri. Del resto anche di recente grandi demolizioni, come quelle delle navi Carabiniere e Alpino, sono state compiute nei bacini di carenaggio della Seconda Darsena, a circa 100 metri dall’incasato cittadino.

Un fotogramma del filmato sulla demolizione della fregata da combattimento «Carabiniere», pubblicato su youtube dall’impresa esecutrice e visibile qui. Da notare a minuto 0:27 la localizzazione a brevissima distanza dal centro città del bacino di carenaggio, dove si sono svolti i lavori per almeno 70 giorni e terminati nel settembre 2017; e da minuto 3:15 fino 3:24, il lavaggio finale del bacino. Nella seconda metà del 2018 con le stesse modalità è stata demolita la gemella «Alpino».

  La questione non riguarda soltanto il destino delle aree dismesse dell’Arsenale – ormai un grande magazzino semi abbandonato – e la loro necessaria bonifica, ma soprattutto il presente dei cittadini. «L’amianto in Arsenale Militare è prima di tutto pericoloso per i lavoratori e indirettamente per i residenti nelle aree limitrofe – dice e scrive da anni Marco Grondacci, giurista ambientale con una breve parentesi nel 2000 come assessore all’Ambiente con il sindaco Giorgio Pagano –, bisognerebbe prendere a esempio Piombino, dove si è approntato un monitoraggio preventivo per quantificare l’amianto presente nell’aria, sia per i lavoratori che per i residenti». 
 È un fatto che il mesotelioma pleurico, causato senz’ombra di dubbio dall’amianto, ha nella provincia della Spezia un’incidenza altissima, con ben quattro comuni tra i primi 16 in Italia (Lerici, La Spezia, Arcola, Vezzano Ligure). Cinque anni fa, Pietro Serarcangeli – ex capitano di marina, fondatore di un’associazione dei famigliari degli esposti all’amianto – già parlava di quattrocento decessi solo alla Spezia, ed è probabile che nel frattempo la strage sia continuata se non aggravata, in considerazione del lungo tempo di latenza (40 anni dall'esposizione). 
 Ma non c’è solo l’amianto tra le gravi minacce alla salute e alla sicurezza degli abitanti della Spezia e del suo golfo. Il rigassificatore Panigaglia, presso Fezzano, in attività dal 1971 e il più importante in Italia, anima un intenso (e pericoloso) movimento sia a terra, con decine di autobotti al giorno, che a mare (navi metaniere e dall’anno scorso anche le navi passeggeri alimentate a GNL attraverso apposite bettoline che attraversano il golfo a pieno carico).
L’immagine mette in evidenza il movimento di traghetti che portano le autocisterne piene del gas del rigassificatore di Panigaglia [cerchio giallo] verso il porto commerciale [cerchio rosso], da dove le autocisterne proseguono per prendere la via stradale verso i distributori nazionali. E’ tratta dall’articolo di Sondra Coggio intitolato “La Spezia, Snam studia il trasporto del gas sulle autocisterne dei traghetti”, in Il Secolo XIX, 9.1.2020.
 All’estremità opposta, nell’area industriale delle Pianazze – dove sono insediate anche Leonardo e MBDA – è attiva dal 1962 la centrale termoelettrica “Eugenio Montale”, allora uno dei più grandi impianti a carbone d’Europa. Il referendum cittadino del 1990 ne sancì il depotenziamento (da 1,8 a 1,3 GW) e l’uso del metano come “combustibile prevalente”, ma ENEL ha lasciato inattive le sezioni a metano e non ha mai chiuso la sezione a carbone da 600 MW, alternativamente annunciandone la conversione a turbogas o a ciclo combinato, ovvero la chiusura della centrale (a data sempre procrastinata). Né sinora sono stati smantellati il pontile di scarico del carbone di Fossamastra e il lungo serpente del nastro trasportatore, che trasporta per un chilometro e mezzo il carbone dal pontile di sbarco alla centrale. 
Altro che green economy, nel Golfo dei Poeti il vento continua a disperdere polvere di carbone.  Ultima novità è un progetto di centrale a turbogas di nuova generazione (ancora energia fossile!) in fase avanzata di autorizzazione al Ministero della Transizione Ecologica nonostante il pronunciamento unanime contrario di tutta la città, comprese le rappresentanze elette.   
 La vicenda più esemplare, però, riguarda il caso della mega discarica della collina di Pitelli, che tuttora incombe sull’abitato orientale della città e su Lerici. Scaturito dall’inchiesta Manipulite, portò alla chiusura e al sequestro dell’area, a un processo per disastro ambientale (chiusosi senza colpevoli, salvo quelli che hanno patteggiato all’inizio del procedimento), alla commissione parlamentare d’inchiesta sul traffico dei rifiuti.  Il complesso militare-industriale era stato completamente coinvolto e organico alla grande rete di falsificazioni e corruzione che dal 1975 al 1996 gestita da Orazio Duvia, che coinvolse amministratori locali e personale del Ministero della difesa, con infiltrazioni di criminalità organizzata. Era e rimane sottoposta a servitù militare gran parte dell’area su cui si aprirono le discariche, in quanto prossime alla polveriera di Vallegrande e sovrastanti un tunnel militare e un oleodotto utilizzati dalla NATO. Erano anche le grandi aziende operanti a Spezia, in primis ENEL e OTO Melara, a depositarvi scarti e rottami delle lavorazioni militari e ceneri di combustione.




Qui sopra una delle prime rilevazioni delle discariche che sovrastano la città a oriente. La collina di Pitelli è all’estremità destra delle immagini. A destra la mappa redatta dal Comune della Spezia dopo la declassificazione da SIN a SIR (in verde l’area “svincolata”).
 Ma è soprattutto la vicenda della bonifica, sostanzialmente fallita, che si è assistito alla minimizzazione a oltranza dei pericoli per la salute a cui la popolazione rimane esposta. Dalla sentenza del 2011, che assolse per prescrizione tutti gli imputati dal reato di disastro ambientale alla derubricazione di Pitelli nel 2014 da SIN (sito di interesse nazionale) a SIR (sito di interesse regionale) e quindi al passaggio per competenza alla Regione Liguria, abbiamo assistito allo “spezzatino” in dodici siti da bonificare, all’esclusione delle aree di competenza militare, al taglio dei fondi per i lavori, al mancato coordinamento tra Comuni e Regione, alle concessioni edilizie entro l’area da bonificare, a cui si sono accompagnati i ritrovamenti di nuovi siti inquinati esterni all’area.