ECONOMIA DI GUERRA IN TEMPO DI PACE. IL CASO DELLA SPEZIA

 Una mostra naval-militare voluta dalla Marina Militare italiana a supporto dell'industria militare nazionale, tenutasi in una città in gravi condizioni di degrado e di insicurezza ambientale. È questo il quadro uscito dal convegno "Riconvertiamo SeaFuture", tenutosi alla Spezia il 25 settembre 2021, pochi giorni prima della trionfalistica apertura all'Arsenale di questa business convention ispirata dal kombinat naval-industriale spezzino ma orchestrata da Roma.
Con questo primo contributo, Weapon Watch intende dedicare a Spezia e al suo porto un'analisi seria e documentata, tutt'altro che in sintonia con l'immagine di città che dipende prevalentemente dall’economia militare, come anche SeaFuture ha voluto ribadire.

 La rassegna SeaFuture si è data un'immagine accattivante sotto il segno della blue economy. Presente all'inaugurazione, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha parlato di «secolo blu», del mare che «è anche via di comunicazione, patrimonio ecologico e riserva alimentare» ma che «oggi è al centro delle contese geopolitiche, anche tecnologiche e industriali». Orchestrata dalla Marina Militare e dall'AIAD, la lobby confindustriale della difesa, SeaFuture ne è risultata una manifestazione fortemente sbilanciata in senso sicuritario e militare, una rinata “fiera navale bellica”: escludendo i 40 espositori esteri, dei 169 registrati con sedi in Italia ben il 67% sono aziende variamente impegnate nel militare e nella sicurezza, il 14% sono enti pubblici e militari e solo il restante 19% imprese civili operanti nell'economia marina.
Sul palco di SeaFuture 2021 (da destra, di spalle) il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, la presidente di Italian Blue Growth Cristiana Pagni, il sindaco della Spezia Pierluigi Peracchini, l’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti.
 Molti rappresentanti ufficiali si sono riferiti alla forte ricaduta della manifestazione sull’economia spezzina, una sopravvalutazione che non è sostenuta da elementi oggettivi. Intervistato sul tema, il vicepresidente della Camera di Commercio locale non ha saputo citare un solo dato al riguardo del comparto militar-navale, mentre ha esagerato quello degli espositori («oltre 230»). Al contrario, il peso del comparto militare grava moltissimo sul territorio di Spezia, innanzi tutto come eredità storica di una lunga vicenda urbanistica, che ha avuto i suoi momenti “militaristi” fondativi nella costruzione sabauda dell’Arsenale e poi nella “città nuova” cresciuta nel primo Novecento in funzione del nuovo porto e delle industrie belliche.
 A cento anni di distanza, siamo di fronte a una realtà sociale ed economica radicalmente diversa. La Spezia non è più la città la cui popolazione crebbe più di ogni altra in Italia per periodo post-unitario (più di 7 volte tra 1861 e 1921, una crescita di 77.000 abitanti). In questo primo scorcio del XXI secolo l’impetuosa spinta offerta dalle localizzazioni industriali si è spenta, la città ha perduto il 30% degli abitanti rispetto al 1970 (da 130.000 a 92.000), molti di più che l’area provinciale (-11%). Quella di Spezia è la provincia italiana con il più basso tasso di crescita naturale, in cui i nuovi nati sono a malapena la metà dei decessi, e dunque qui il declino demografico ha prospettive irreversibili persino più rapide che nel resto della Liguria, regione italiana che detiene il record italiano di denatalità.
 Dal punto di vista economico, la transizione post-industriale non si è ancora completata. Nei vent'anni 1991-2011 l’occupazione industriale è scesa dal 24,9 al 18,6%, valore inferiore sia alla media regionale che a quella nazionale. Il valore aggiunto industriale (manifattura e costruzioni insieme) è appena il 15% del totale provinciale. I punti forti dell’economia locale sono l’industria cantieristica da diporto, il turismo, la logistica portuale, mentre l’Arsenale ha perduto dal 1958 a oggi oltre 9/10 dei suoi occupati civili, ormai ridotti a circa 600 unità, mentre quelli militari dovrebbero ammontare a 100-120 in tutto.
 Spezia è oggi il secondo porto italiano, il terzo comprendendo anche il transshipment. E si è fatto evidente il condizionamento negativo che l’invadenza  e l’anacronismo delle servitù militari hanno indotto nella vocazione geografica ed economica del porto spezzino, tra i più vivaci dell’Alto Tirreno, privo però di aree di espansione a terra e con un fronte marino limitato. Ricordiamo che per decenni, quelli in cui il PCI più “industrialista” ebbe la guida del Comune e della Provincia, lo sviluppo portuale non è stato prioritario, si è rinunciato di fatto a pianificare il porto – lasciato in mano all’iniziativa privata – per puntare tutto sul mantenimento dei posti di lavoro dell’industria di Stato cantieristica e militare. Del resto anche l’espansione industriale del dopoguerra aveva dovuto cercare aree nuove a nord della città, lungo la valle del Magra e fino ai Piani di Follo e a Ceparana, mentre tutta l’espansione urbanistica novecentesca è avvenuta verso oriente.
Il porto della Spezia. In primo piano il molo Garibaldi, a sinistra il molo Fornelli, sullo sfondo i cantieri navali di Muggiano. Si caratterizza soprattutto per la sua intermodalità e l’integrazione ferroviaria con la piattaforma di Melzo (Milano).
 Per quanto riguarda il profilo politico, Spezia ha avuto ininterrottamente amministrazioni di sinistra o di centrosinistra dal 1971 al 2017. Il recente crollo ha molte motivazioni, ma certo l’attuale sindaco di centrodestra è elemento centrale di un clima politico favorevole a un “militarismo europeista” (nei palazzi) e a un populismo antisistema a trazione neofascista (nelle piazze).  
Con SeaFuture è andato in scena il nuovo assetto del potere locale. Non a caso, a organizzare la manifestazione insieme alla Marina Militare è stata la società privata Italian Blue Growth Srl, presieduta da Cristiana Pagni (“imprenditrice” nell’azienda paterna SITEP Italia Spa, che ha sede addirittura entro l’Arsenale ed è abituale esportatrice di tecnologia militare) e fondata insieme a Leonardo Manzari (commercialista barese con una sua azienda di consulenza direzionale, presente a Bruxelles come consulente in alcuni programmi europei, nonché direttore presso l’European Institute for EurAsian Dialogue, un think tank militar-diplomatico in cui siede anche Cristiana Pagni) e Giovanni Lorenzo Forcieri, noto uomo politico spezzino di area PD su cui molto ci sarebbe da scrivere.
 Basti qui ricordare che, iniziata la carriera politica come sindaco di Sarzana, venne poi eletto senatore nel 1992 e poi per altre quattro legislature. Nel 1997 fu il primo firmatario del disegno di legge per la messa al bando delle mine antiuomo, ma nel 2002 lo troviamo vicepresidente dell’assemblea parlamentare della NATO, quindi nominato sottosegretario alla Difesa nel governo Prodi. Con questo incarico, nel 2007 firmò il contestatissimo protocollo d’intesa per l’acquisto dei caccia F-35. Dal 2009 è stato presidente dell’Autorità portuale della Spezia, prossimo alla scadenza del mandato nel 2016 viene indagato dalla Guardia di finanza per “turbativa d’asta”, in effetti accusato di aver usato la sua carica per prepararsi la successiva carriera pubblica. Nel 2017 è stato espulso dal PD per essersi presentato candidato sindaco ed aver indirettamente – ma chiaramente – contribuito alla vittoria del candidato di centrodestra. 
Manifesto della campagna contro le spese militari della Rete italiana pace e disarmo e di Sbilanciamoci. L’ultimo rapporto sul “sistema scuola” di Legambiente (ottobre 2021) ha sottolineato l’urgenza dei lavori di manutenzione per gran parte delle scuole liguri.