siamo sulla rotta giusta?


Riportiamo in RASSEGNA STAMPA il testo pubblicato il 22 luglio 2021 su «Shipping Italy.it» e intitolato Usb apre una breccia nel silenzio istituzionale sulle “navi delle armi” a firma A.M. [Andrea Moizo]. Qui di seguito le considerazioni di Weapon Watch.

La giornata del 22 luglio 2021 segna dunque un passo avanti nella direzione che Weapon Watch indica da tempo: riconoscere il problema e affrontarlo con un confronto pubblico, nella massima trasparenza. L’impegno dell’Autorità di sistema portuale di Genova di avviare un tavolo aperto alle parti sociali sulla problematica delle “navi della morte” ci sembra andare nella direzione giusta. L’appuntamento è a settembre, cioè tra cinque-sei settimane appena.
I problemi sul tavolo in verità sono due. Il primo è che il governo attuale non rispetta le leggi in vigore nella Repubblica italiana, né i trattati internazionali da essa firmati e ratificati. Facciamo riferimento alla legge 185 del 1990 e al Trattato sul commercio delle armi convenzionali (noto con la sigla ATT) in vigore dal dicembre 2014: entrambi vietano il transito di materiali d’armamento verso paesi in stato di conflitto armato. Weapon Watch ha contribuito a render noto al grande pubblico che ogni venti giorni circa una nave battente bandiera saudita entra nel porto di Genova carica di armamenti; altre ong e anche rapporti dell’ONU hanno confermato che questi armamenti vengono usati contro la popolazione civile yemenita, in un conflitto armato che dura dal 2015. In un caso, nel febbraio 2020, abbiamo chiesto alla Procura della Repubblica di Genova di accertare se vi siano stati illeciti penali riguardanti l’attracco di una nave Bahri (l’esposto è scaricabile qui), ma non vi è stata alcuna reazione.

I portuali genovesi denunciano gravi infrazioni alla sicurezza quando le navi Bahri sono in porto. Qui si tratta della «Bahri Hofuf», il 4 luglio scorso: una motrice viene caricata a bordo passando sopra i molti container marcati “esplosivi” già depositati sul ponte.

Qui nasce il secondo problema, perché il mancato rispetto di leggi e trattati da parte del nostro governo rende i cittadini italiani complici – e dunque corresponsabili – delle violazioni del diritto umanitario e delle convenzioni di guerra, violazioni che si compiono anche con quelle armi illegalmente transitate dal porto di Genova. Si tenga conto che, per quanto i nostri politici si affannino a sollecitare i favori e i denari dei dittatori arabi – anche di quelli coinvolti negli omicidi dei loro oppositori politici -, l’Italia non ha alleanze militari che la legano al Regno saudita né agli Emirati del Golfo. Qui si sta parlando solo di convenienze commerciali e di patti sottobanco, comprensivi delle pressioni delle aziende italiane della difesa, che sperano così di meritarsi lauti ordinativi. E’ accaduto così con il caso Regeni: il governo di Roma non ha rotto le relazioni diplomatiche con il Cairo sul caso del ricercatore italiano torturato e ucciso, e così Fincantieri ha potuto vendere ad al-Sisi due fregate FREMM (per ora, altre forse seguiranno…).
Sta ora all’Autorità portuale genovese imboccare un’altra rotta, a tutela dei lavoratori e dei cittadini la cui sicurezza è da anni messa a repentaglio da navi cariche di esplosivi e armamenti, e fornire le notizie e i dati che Weapon Watch ha richiesto, anche formalmente, circa il carico delle navi che sostano sotto la Lanterna.