il porto dell’ipocrisia

Oggi la “Bahri Yanbu” ha nuovamente fatto scalo a Genova. Ha attraccato al terminal GMT-Steinweg, protetta da un pesante schieramento di polizia, come si vede dalle foto pubblicate qui a fianco. Mentre ai portuali indagati stanno arrivando decine di attestati di solidarietà da tutt’Europa, riprendiamo qui un recente scritto di Riccardo Degl’Innocenti, pubblicato sul blog Porto di Genova. Comitato per il DIbattito pubblico https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=227474142461826&id=100055977241462

Molti ricorderanno lo scambio involontario di dichiarazioni tra Giovanni Toti, Presidente della Regione Liguria, e Papa Francesco con cui culminò nel 2019 l’azione dei portuali genovesi che avevano bloccato un carico di armamenti su una nave della flotta saudita Bahri diretto a alimentare la guerra civile in Yemen.

Toti, alla vigilia dello sciopero indetto dalla CGIL e sostenuto dalle associazioni antimilitariste e pacifiste, disse: «Non è assurdo che qualcuno voglia che dai nostri porti non si imbarchino questi prodotti? Mentre in Liguria molte migliaia di persone lavorano per Fincantieri che fa navi militari e sommergibili, per Leonardo che fa radar e missili, per Oto Melara che fa cannoni e mezzi blindati, per Piaggio che tutti speriamo sviluppi droni militari. Basta autolesionismo, basta strumentalizzazioni politiche e soprattutto basta ipocrisia». Papa Francesco qualche mese dopo commentò: «Ipocrisia armamentista. Paesi cristiani, europei che parlano di pace e vivono delle armi. Ipocrisia si chiama questa. In un porto è arrivata una nave piena di armi che doveva andare nello Yemen, e noi sappiamo cosa succede nello Yemen. I lavoratori del porto hanno detto no. Sono stati bravi! Un caso, ma ci insegna come si deve andare avanti».

Le guerre segnano l’intera storia dell’umanità. Può il carico di una nave diretto verso un conflitto che non ci riguarda direttamente cambiare le cose? I portuali genovesi hanno provato a dare una risposta fermando il processo lavorativo e intralciando così non solo la circolazione delle armi ma anche la catena del loro valore economico che dalla fabbrica si completa nei campi di battaglia e di distruzione. Facendolo in prima persona come lavoratori e a proprio rischio hanno infranto lo scudo di ipocrisia di cui parla Toti e insieme hanno svelato l’ipocrisia di cui parla Francesco, in particolare quando afferma semplicemente: «noi sappiamo cosa succede nello Yemen». Tutti infatti lo sanno, ma sostengono che non li riguarda oppure che anche se volessero non ci potrebbero fare niente. Anche quando ci sono delle leggi a sancire il divieto di commercio di armi verso teatri di guerra civile e l’obbligo di sorveglianza da parte delle istituzioni portuali e di frontiera. Così è toccato ai portuali, che maneggiano quelle merci che promettono la morte solo a guardarle, non tradire lo scopo del loro lavoro e i loro valori umani e sociali.

Che cosa è successo da allora? L’ipocrisia è tornata a regnare perché i portuali con le loro sole forze e con il sindacato divenuto reticente sotto la pressione delle istituzioni e delle imprese, non riescono di più. Le navi Bahri continuano a transitare per il porto cariche di armi destinate a distruggere vite e beni in Siria, Yemen o Kashmir, guerre illegali per il diritto internazionale ma traffici consentiti dalle nostre dogane, prefetture e autorità portuali, a dispetto della legge 185/90 sul commercio delle armi che le istituzioni non si peritano nemmeno di considerare. Ogni volta che una Bahri approda succede che la polizia presidi il terminal e si impedisca ai portuali di controllare la pericolosità dei carichi, spesso esplosivi. È notizia di questi giorni, inoltre, che la Digos per ordine della Procura, su denuncia dell’agenzia marittima Delta del gruppo Gastaldi che rappresenta le navi Bahri, ha avviato un’indagine penale nei confronti di alcuni membri del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali all’avanguardia nel blocco del 2019 e che da allora hanno continuato a manifestare fuori e dentro il porto contro i traffici di armi propugnando un’idea di porto sostenibile dal punto di vista etico, “arms free” come anche in altri porti europei si sostiene.

Il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta contro i portuali del CALP è lo stesso che ha portato a processo il comandante della nave libanese Bana. Questa, nota alle autorità da un decennio per i suoi traffici sospettati di molteplici crimini, nello stesso periodo ha fatto servizio tra il Terminal Messina, già noto per i traffici di armamenti con Africa e Medio-oriente, e la Libia trasportando in via ufficiale automezzi radiati, senza che tuttavia sia mai stato rilevato alcunché da parte delle autorità. Il comandante questa volta invece, pur avendo le stive vuote, è stato condannato perché avrebbe violato in precedenza per conto del governo turco l’embargo nei confronti di una delle fazioni libiche. Anche se la nave a Genova era giunta vuota, i servizi francesi l’avevano spiata in navigazione e avevano dato origine all’inchiesta genovese.

Lo stesso sostituto procuratore, nonostante le denunce in occasione dello sciopero del 2019 e con le manifestazioni successive, non indaga sui carichi delle Bahri, segnalati alla stessa procura da un esposto presentato a questo scopo dall’associazione The Weapon Watch a cui non è stato dato riscontro, ma accusa un gruppo di portuali di associazione per delinquere e di attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti per avere strumentalizzato la protesta agendo con “dispositivi modificati in modo da renderli micidiali”, leggasi bengala e fumogeni lanciati per attirare l’attenzione sulle navi in ingresso nel porto. Si sa che il linguaggio del diritto non dovrebbe consentire equivoci e se un magistrato usa la parola “micidiale” dovrebbe essere consapevole del suo significato, che derivato da omicidio significa “che dà la morte”. Ovvero, i bengala che illuminano l’arrivo della nave, sono per la procura “micidiali”, mentre nessuna indagine della magistratura è annunciata sulle armi e gli esplosivi caricati su quelle stesse navi e diretti a fare stragi civili denunciate dall’ONU.

Dante pone gli ipocriti nelle malebolge dell’inferno, abbastanza in profondo. Sceglie a rappresentarli due suoi contemporanei chiamati a assumere un ruolo di equidistanza tra le fazioni fiorentine ma che invece favorirono i Guelfi a danno dei Ghibellini per cui sono condannati per l’eterno a vestire un mantello ammantato dell’oro del ruolo pubblico rivestito che copre però il piombo penoso e insopportabile della loro condotta. La Procura è chiamata a assolvere il suo ruolo con analoga imparzialità degli antichi podestà fiorentini. Ci auguriamo che non pecchi di ipocrisia.

Ecco un esempio dei “micidiali razzi” sparati contro la nave Bahri Yanbu.
Secondo una “lettera aperta” ispirata dalla direzione dell’agenzia marittima Delta, le navi saudite sono solo «sospettate di trasportare materiale militare», e contro di esse «un presunto pacifismo (…) usa la violenza o utilizza metodi di guerra, come i razzi, per affermare il pacifismo» (lettera datata 14.5.2020).