COSA C’È NEI NOSTRI (?) PORTI

Dal 21 dicembre una specie di nuovo mostro navale è attraccato al molo del Tronchetto, a Venezia, quello a cui sostano solitamente le “grandi navi” delle crociere, del tutto assenti in questa stagione morta. Si tratta di una nave lunga più di cento metri, molto meno rispetto per esempio a una «MSC Musica» da 294 metri, ma le sue fiancate quasi prive di oblò, di colore grigio opaco, sembrano fatte di cemento.

In effetti la “Carson City” ha lo scafo e le superstrutture in alluminio. È una nave militare USA di nuovo e speciale tipo, un catamarano superveloce (43 nodi, cioè 80 km all’ora) e a basso pescaggio (meno di 4 metri). La Marina americana ha messo in servizio undici navi di questa classe, che è stata battezzata – con la brutale franchezza dei militari USA – Expeditionary Fast Transport (T-EPF), “trasporto veloce per spedizioni militari”, cioè per rapide operazioni di occupazione e sbarco di truppe. Altre tre unità sono previste entro il 2020, a completamento di un programma di procurement avviato nel 2010, al costo di 180-210 milioni di dollari per unità, più 26 milioni di dollari all’anno di costi operativi per ciascuna: in totale non meno di 2,5 o forse 3 miliardi di dollari. Soltanto la marina del Sultanato di Oman possiede due unità paragonabili alle T-EPF.

Prua e chiglia della “Carson City”.

La “Carson City” è stata la settima unità uscita nel 2016 dai cantieri della Austal USA di Mobile (Alabama), società del gruppo australiano Austal specializzato in costruzioni navali in alluminio, 5.500 dipendenti nel mondo impiegati soprattutto nel settore difesa.

Come le sue consorelle, la “Carson City” è dotata di ponte di volo per elicotteri medi (del tipo CH-53 Super Stallion) e di una rampa di carico Ro-Ro. Può ospitare fino a 312 sedili di tipo aereo per trasporto truppe, e impiega un equipaggio standard di 22 addetti. È spinta da quattro motori diesel MTU (gruppo Rolls Royce) da 20 cilindri, connessi ad altrettanti waterjet modulari Wärtsilä.

La rampa di poppa delle T-EPF, qui in configurazione laterale, è progettata per sopportare il peso di un carro armato Abrams in assetto da combattimento.

Nonostante il nickname guerresco di Spearhead (“punta di lancia”), le T-EPF non sono navi da combattimento, ma mezzi di trasporto rapido molto flessibili, sia per il personale che per attrezzature (550 t di carico a 35 nodi orari, con autonomia di 1200 miglia marittime). Tuttavia sulla “Carson City” e su altre EPF sono stati testati anche i sistemi subacquei a guida remota Remus 100 e 600, sperimentato il robot subacqueo Knifefish della General Dynamic e lanciati i droni Scan Eagle della Boeing e V-Bat a decollo verticale della Martinuav. Del resto, secondo i piani della Marina americana le navi EPF possono essere impiegate come piattaforme di controllo e comando e per condurre operazioni di sorveglianza e intelligence.

La base abituale della “Carson City” è quella di Rota, in Spagna, nella baia di Cadice, tuttavia la grande velocità e flessibilità le hanno consentito di partecipare recentemente alla missione securitaria italo-ispano-portoghese nel Golfo di Guinea (sei settimane tra luglio e agosto 2019, toccando i porti di Dakar in Senegal, Abidjan in Costa d’Avorio, Sekondi e Tema in Ghana, Lagos in Nigeria, Mindelo a Cabo Verde) e all’edizione 2018 delle grandi manovre BALTOPS nel Baltico.

Dai porti italiani la “Carson City” è già passata. È stata notata a Cagliari nell’ottobre 2018, a Livorno nel febbraio successivo, di nuovo a Cagliari il 5 ottobre 2019. È arrivata a Venezia il 21 dicembre, e da qui ha compiuto un viaggio con ritorno in laguna tra 8 e 11 gennaio 2020, senza apparente altra destinazione ma compiendo oltre 630 miglia nautiche (quasi 1.200 km), probabilmente caricando/scaricando persone/attrezzature da altre imbarcazioni in navigazione.

In precedenza la “Carson City” aveva compiuto un ampio tour in alcuni porti greci: Astakos (13 ottobre), Rodi (17 ottobre), Alessandropoli (5 novembre), Siro (10 novembre), Pireo (15 novembre), ancora Rodi (1° dicembre). Tutte mete militarmente molto connotate.

Il porto di Astakos è gestito da Arkaport S.A., a sua volta controllata da uno dei maggiori gruppi finanziari greci, Alpha Bank.

Astakos è un piccolo ma moderno porto multi purpose adriatico, già coinvolto nella fornitura di bombe al fosforo americane a Israele durante la campagna “Cast Lead” di bombardamento su Gaza (dicembre 2008-gennaio 2009).

Quanto ad Alessandropoli, città-porto molto vicina al confine di terra con la Turchia, nel luglio scorso (secondo quanto riportato da «The National Herald», 28.7.2019) è stata indicata dai comandi americani – insieme alle città di Larissa e Volos – come “base” in cui aumentare la “rotazione” delle truppe americane, dal momento che tutte le basi USA in Grecia si trovano già al completo. Rodi, con le sue basi militari in semiabbandono, sembra essere entrata a pieno titolo in questo piano di intensa “rotazione”, basato su piccoli contingenti di soldati USA dispersi in molte località, per lasciare un’impronta leggera sul territorio ma operare più vicino alle aree di crisi MENA.

La maggior presenza di navi militari USA al Pireo – il principale porto greco e uno dei maggiori del Mediterraneo, ormai interamente nelle mani della compagnia cinese COSCO – sembra voler contrastare l’espansionismo commerciale di Pechino in un’area cruciale (tra le tante) per gli strateghi del Pentagono. Del resto le mosse di Washington sullo scacchiere mediterraneo, e il probabile prossimo ritorno da protagonista nella questione libica nonché come regolatore dei flussi energetici nel Mediterraneo orientale, erano state annunciate sin dall’ottobre 2019. Durante una lunga visita ad Atene, il segretario di Stato Mike Pompeo ha fornito al governo di centro-destra di Kyriakos Mitsotakis una straordinaria occasione per riacquistare prestigio sulla scena internazionale, ribadire la tradizionale posizione anti-turca e stringere un’alleanza di ferro Cipro e Israele: tutto grazie alla firma di un accordo che intensifica la cooperazione militare tra Grecia e USA e promette forti investimenti a Souda Bay e – appunto – Alessandropoli, destinata a diventare il fulcro della rete di gasdotti che ridimensionerà il ruolo russo nel mercato energetico europeo.

La protesta contro la “Carson City” riportata dal quotidiano delle isole Cicladi «Koiní Gnómi» nell’edizione del 12 novembre 2019.

Da registrare che a Siro la toccata della “Carson City” non è restata senza conseguenze, a quanto riporta la stampa locale. Il Comitato per la pace dell’isola ha infatti stigmatizzato l’attracco della nave americana, proprio pochi giorni dopo il passaggio di proprietà dei locali cantieri navali Neorio al gruppo newyorkese ONEX e a un mese dall’accordo che rafforza la presenza militare USA in Grecia. «Questi piani di investimento vanno di pari passo con i piani di guerra dei militari (…) Vogliono fare di Siro una piccola Suda», ha afferma il Comitato, alludendo alla base di Souda Bay, sull’isola di Creta, probabilmente la maggior base aero-navale del Mediterraneo, dove operano installazioni, sistemi e personale di Grecia, Stati Uniti e NATO. «Ci vogliono coinvolgere nel disastro della concorrenza e della guerra, con gravi conseguenze per tutti i popoli della regione».